HEAD ABOVE WATER (Fuor d'acqua) by Stefano Bortolussi. 
Translation © 2002 Anne Milano Appel

dal capitolo 5: Scoglio a dritta

"Insomma, Cardo - ho deciso." La frase di Sol fu una doccia fredda. "Vado a Nusfjord a far nascere la piccola."
"E il tuo lavoro?" Quando la smetterò di fare domande idiote? si chiese Cardo, formulando forse la più idiota di tutte. 
"Non ti preoccupare del mio lavoro." Il volto di Sol sembrò improvvisamente illuminarsi di una luce nuova, più decisa. Era ancora nuda, e anche il suo corpo candido parve emanare un soffuso bagliore, come se una mano invisibile vi avesse acceso un interruttore segreto. "E' il tuo che è importante, Cardo."
"Il mio?", ripeté lui, momentaneamente distratto dallo spettacolo della sua bellezza - della bellezza di colei che presto se ne sarebbe andata. "Sicché ci credi. Credi che possa superare questo..."
"Non tutti i bambini muoiono, sai", lo interruppe lei.
"Molti muoiono", ribatté Cardo dopo un attimo di indecisione. Non era esattamente ciò che intendeva dire; ma ciò che intendeva dire era così difficile da dire... 
Sol non rispose. Si limitò a guardarlo negli occhi in silenzio.
"E va bene - alcuni", concesse lui. "Ma non è questo il punto."
E il punto, in effetti, non era quello: morte nella culla, assurdo incidente o rara malattia, ciò che tormentava Cardo non era il tasso mondiale di mortalità infantile. Era il terrore - la possibilità - la probabilità che un tale destino colpisse la sua creatura. Ma Sol, a quanto pareva, sembrava mostrare un'immotivata fiducia nella sua capacità di uscire da quell'insidioso buco nero. 
"Cosa ti fa credere che ce la possa fare?" le chiese.
"Lo devo credere. Perché sono io, perché sei tu, perché non posso fingire di non saperlo. Ma il Cardo che amo è quello che scrive, non quello che si fa scrivere."
Potenza delle circostanze. Normalmente - in qualsiasi altra situazione - nell'udire quella risposta Cardo avrebbe riso, e avrebbe letteralmente sentito il suo amore per Sol aumentare, un grado per risata, grazie a una sorta di termometro interiore. Ma non quella sera.
"E io cosa farò?"
"E' una tua decisione. Io ti posso solo dire quello che spero farai. Ma un'altra cosa te la posso dire."
"Cosa?"
"Non farti rivedere se non sei pronto ad avere due donne nella tua vita. E non nel modo in cui le hai avute oggi."
"Ti posso telefonare?"
"No."
La perentorietà della risposta - a una domanda, per di più, che Cardo aveva creduto puramente retorica - lo prese in contropiede. "No?" ripeté stupidamente.
"Scrivimi, Cardo", replicò Sol. "Scrivi", soggiunse poi guardandolo negli occhi con smeraldina fermezza. Perché è l'unica cosa che sai fare, soggiunse in segreto fra sé. 
"Con le poste italiane? Fino alle Lofoten?"
"Usa l'e-mail."
"Li che?"
Sol tradì un moto d'impazienza. "Lo sai benissimo li che", rispose in tono secco. 
"E tu sai benissimo che non ho idea da che parte si cominci."
"E' una buona occasione per imparare."
In preda a un improvviso attacco di panico (due problemi che non so come affrontare! esclamò fra sé), Cardo si abbandonò al più primordiale istinto di sopravvivenza. E divenne fatalmente lezioso.
"Potresti insegnarmelo tu", tentò con un sorrisetto poco convinto.
L'occhiata di Sol sarebbe bastata a dissuaderlo dal riprovarci per il resto dei suoi giorni. Ma esiste un resto dei miei giorni? si domandò lui pensando allo sconosciuto futuro che lo attendeva. 
In quel momento, Sol sembrò percepire il brivido di panico che l'aveva colto, come se l'onda ghiacciata da cui era stato sommerso fosse oggettiva, concreta, e avesse invaso la stanza.
"Non aver paura, Cardo", mormorò posandogli dolcemente una mano sulla guancia.
Nell'udire quella frase, Cardo provò una strana sensazione; sapeva che Sol si stava riferendo alla prova che li aspettava, ma si rendeva anche conto che vi era, in quelle parole, una finale, decisiva esortazione a superare lo scoglio scivoloso su cui quel giorno, dopo tanti mesi di indecisi passetti avanti e indietro, aveva messo finalmente il piede in fallo. Era lo scoglio del suo terrore di avere un figlio - del suo terrore, raggelante e viscoso, di perdere un figlio. 
Era lo scoglio, reale e concreto, sotto il quale aveva effettivamente perduto qualcuno.

dal capitolo 6: Un minuto lungo una vita

Fu quindi con una netta assenza di trepidazione che Riccardo, poche ore dopo, si avvicinò a uno scoglio della Cattedrale di Palmarola, una magnifica insenatura così battezzata per le sue formazioni rocciose simili alle canne di un organo da chiesa, sotto il quale nei giorni precedenti aveva individuato il passaggio subacqueo che, ne era quasi certo, conduceva a una grotta interna. Se in precedenza non aveva osato avventurarvisi era stato proprio a causa di Michele: sapendo che avrebbe voluto seguirlo, non voleva provocare tediose discussioni vietandoglielo da bravo fratello maggiore, né arrendersi e correre il rischio che succedesse qualcosa. Ma quel giorno le cose erano cambiate; nel loro rapporto si era verificato un lieve ma deciso smottamento, e la complicità priva di pregiudizi che vigeva fino alla sera prima si era trasformata, forse, in una più lucida consapevolezza della loro differenza di età, di universi, di punti di riferimento. In quel nuovo scenario, il fatto che Michele volesse seguirlo in un passaggio subacqueo aveva una valenza diversa da quella che poteva possedere anche soltanto il giorno prima. Era come se Riccardo, in quel momento, avesse voluto sottolineare la propria indipendenza, da lui e da ogni responsabilità nei suoi confronti. Non era più soltanto il suo fratello minore quello che lo seguiva e lo emulava nelle sue esplorazioni. Era anche e soprattutto Michele, un ragazzino di soli tre anni più piccolo di lui, con i propri bisogni e le proprie caratteristiche - fra le quali, non ultima, quella di non saper tenere la bocca chiusa. 
Riccardo si fermò davanti al passaggio, e come sempre Michele gli andò a sbattere contro. Lui si voltò e gli fece cenno di arretrare, così da lasciargli lo spazio per immergersi. Lo precedeva, come al solito, poiché reggeva il fucile subacqueo ad aria compressa, a cui non era riuscito a rinunciare nonostante non gli avesse ancora fruttato una preda. Si voltò verso Michele, sollevò la testa dall'acqua e si tolse il boccaglio dalle labbra.
"Lo vedi il passaggio?" domandò.
"Sì", rispose Michele in tono serio, quasi spaventato. 
La gravità della sua risposta non passò inosservata. Riccardo lo guardò negli occhi, comicamente cerchiati dalla maschera "Pinocchio", e per un attimo cercò di capire se il fratello fosse pronto all'impresa. Quello che vide, però, fu soltanto la propria immagine riflessa. Con l'incostanza tipica della sua età, si dimenticò di quella fugace ombra di preoccupazione.
"Allora si va?" 
"Si va", ripeté Michele con voce tremante. "Prima tu", soggiunse quindi inutilmente, come per dare coraggio ad entrambi.
E va bene, si disse Riccardo. Era emozionato: la scoperta di un passaggio subacqueo era per lui un evento tutt'altro che quotidiano, carico di una magia che fino a quell'estate era riuscito a trovare soltanto nelle storie di Stevenson e London. Trasse una serie di profondi respiri per iperventilare, trattenne il fiato, inclinò il torso di novanta gradi verso il fondo, sollevò le gambe perpendicolarmente alla superficie dell'acqua e si lasciò trascinare verso il basso dal suo stesso peso, dando il primo colpo di pinna soltanto quando ebbe la certezza di essere sott'acqua. Fu un movimento perfetto, realizzato forse più per una sorta di fanciullesca sfida con il fratello che allo scopo di non spaventare le possibili prede subacquee - in quel momento, l'idea di sparare a un pesce non gli sfiorava nemmeno l'anticamera del cervello. Davanti a lui si apriva il passaggio, un cerchio scuro quasi perfetto che s'incuneava nella roccia e che poco più in là emanava un bagliore azzurrino che poteva significare soltanto una cosa: una grotta interna in cui il sole penetrava dall'alto di un comignolo naturale.
Riccardo diede un secondo colpo di pinna, quindi un terzo; compensò appena prima di giungere di fronte all'apertura, posò le mani sui bordi di roccia e per un rapido istante si fermò, provando l'inspiegabile tentazione di voltarsi verso la superficie e dare un'occhiata a Michele. Ma sapeva che ogni secondo era fondamentale, e così resistette a quell'impulso così diverso da tutto ciò che l'aveva condotto laggiù e proseguì deciso nel passaggio. Per uno, due secondi si ritrovò nel buio più assoluto, e fu quasi sul punto di cedere al panico; ma subito dopo vide la chiazza azzurra davanti a sé, soltanto a pochi metri di distanza, e riprese ad avanzare. La chiazza si fece sempre più grande, sempre più chiara, finché non lo circondò del tutto, e con un ultimo colpo di pinna Riccardo giunse in superficie. Espulse l'acqua dal boccaglio con un soffio entusiasta, sollevò la testa, si tirò la maschera sulla fronte e si guardò intorno. Era la prima grotta che avesse mai scoperto in vita sua, ed era uno spettacolo da mozzare il fiato. Il sole vi penetrava, come aveva previsto, da uno stretto comignolo naturale qualche decina di metri più in alto, illuminandone le umide pareti di roccia e facendole scintillare come una scurissima pietra preziosa. La grotta formava un cerchio quasi perfetto, e dalla parte opposta al passaggio subacqueo vi era una striscia di sabbia fine, bianchissima e perfettamente liscia, sulla quale evidentemente nessuno aveva mai messo piede. Riccardo si guardò intorno a bocca aperta, incantato, e fu soltanto dopo alcune decine di secondi che si rese conto che a quel punto Michele avrebbe già dovuto sbucare dal passaggio. Colto da un improvviso brivido di apprensione, si voltò verso la parete dalla quale era penetrato. E con un orrore improvviso, raggelante si rese conto che nella roccia si aprivano due fori. Significava, lo sapeva, che il passaggio subacqueo aveva una biforcazione. 
Si riabbassò la maschera sul volto e si tuffò d'impulso sott'acqua, senza più curarsi dell'eleganza del movimento. E subito vide che il secondo passaggio era molto più stretto di quello che lui aveva imboccato. Talmente stretto che persino un gracile ragazzino di undici anni poteva restarvi imprigionato. Senza nemmeno risalire in superficie, tentò di infilarvisi, ma fu inutile - era troppo angusto. Diede un colpo di pinna, riemerse, soffiò l'acqua dal boccaglio e si guardò intorno nella vana speranza che nel frattempo Michele fosse sbucato fuori - da dove?, si chiese rimproverandosi per l'ingenuità di quel pensiero. La grotta era deserta, più silenziosa che mai. 
Riccardo riprese fiato e tornò a immergersi, ma questa volta ritracciò il proprio percorso. Giunse fino al tratto buio del passaggio, tastando le pareti di pietra che lo circondavano, e fece sbucare la testa dal foro di entrata nella vana speranza che Michele avesse desistito e lo stesse aspettando all'esterno, con il suo tipico sorrisetto, a metà fra la presa in giro e il senso di colpa, dipinto sul volto. Ma del fratello non c'era alcuna traccia.
Sentendo la prima involontaria contrazione dei polmoni bisognosi di ossigeno, fece dietro front e, invece di risalire in superficie e chiedere aiuto, tornò nel passaggio. In quel momento, al terrore di affrontare il mondo adulto in ignara attesa sul motoscafo si univa in lui, ancora più potente, il bisogno di ritrovare il fratello, di toccarlo, di trascinarlo via dal misterioso vano in cui doveva essere rimasto imprigionato. 
Quando esplose fuori dall'acqua, all'interno della grotta, Riccardo trasse un respiro che assomigliava più a un rantolo. I suoi occhi erano velati di lacrime di terrore, e la gola gli si contraeva scossa dai singhiozzi e dalla carenza di ossigeno. Si guardò disperatamente intorno, nella stupida speranza di scorgere le orme del fratello sulla spiaggetta. Ma la sabbia era ancora incontaminata, liscia come una roccia bianca. 
Era ormai trascorso più di un minuto da quando era tornato a immergersi alla ricerca di Michele, e forse più di due da quando si era avventurato lui stesso nel passaggio. Ma nemmeno a quel punto Riccardo decise di tornare all'esterno della grotta. Scosso dai brividi e dalle lacrime, assordato dal riecheggiare dei suoi singhiozzi sulle pareti della grotta, si dispose a un'attesa che già sapeva perfettamente inutile. Rimase immobile a lungo, invocando con voce sempre più fievole il nome del fratello, immerso fino al collo nell'acqua fredda e scura della grotta.
Poi si trascinò sulla spiaggetta, si accoccolò in posizione fetale, chiuse gli occhi.
E sperò di non doverli riaprire mai più.

Con il passare del tempo, quei pochi, terribili minuti trascorsi nell'attesa che Michele ricomparisse dal nulla avrebbero assunto una dimensione quasi stregonesca, da magia nera, contraendosi in un rapido, violentissimo istante - l'istante in cui Michele era annegato, l'attimo in cui Riccardo si era reso conto che era morto - e al contempo allungandosi a dismisura, fino a includere in sé l'intero passato di Riccardo e il suo incerto, timoroso futuro.
Di lì a poco sarebbero comparsi i primi rituali ossessivi, la cui cavernosa origine psicologica avrebbe tormentato il Cardo adulto fino alla scoperta della concreta esistenza di un complice - il suo stesso cervello survoltato - a cui addossare parte della colpa e da cui partire per riconquistarsi quella sottile fetta di normalità a cui ogni essere umano ha diritto. 
Il dolore, quello che Cardo chiamava crepacuore - quello era impossibile da conquistare, anche con l'ausilio del tempo. E come tutte le sofferenze che si rispettino, si era portato appresso una sorta di discreto luogotenente, un protettore occulto che faceva la guardia ai suoi punti più sensibili, ai suoi angoli più soffici e purulenti, come i lembi di una ferita mai rimarginata. 
Era quella che, per mancanza di un termine migliore, chiamiamo paura.
  
From chapter 5: Rock Formations to Starboard:

"In short, Cardo - I've decided." Sol's statement was like a cold shower. "I'm going back to Nusfjord to have the baby there."
"And your work?" When will I stop asking idiotic questions? Cardo wondered, formulating perhaps the most idiotic question of all.
"Don't worry about my work." Sol's faced seemed suddenly illuminated by a new, more determined light. She was still nude, and even her pale body seemed to give off a suffused gleam, as though an invisible hand had turned on a secret switch inside her. "It's yours that is important, Cardo."
"Mine?", he repeated, momentarily distracted by the sight of her beauty - the beauty of this woman who would soon be going away. "So you believe it. You believe I can overcome this..."
"Not all children die, you know", she interrupted him.
"Many die", Cardo shot back after a moment's indecision. It wasn't exactly what he meant to say, but what he meant was so difficult to say...
Sol did not answer. She simply looked him in the eye in silence.
"All right - some", he conceded. "But that's not the point."
The point, in fact, wasn't crib deaths, freak accidents or rare illnesses; what was tormenting Cardo was not the rate of infant mortality in the world. It was the terror - the possibility - the probability that such a fate might strike his own child. But Sol, apparently, seemed to have an unwarranted faith in his ability to climb out of that insidious black hole.
"What makes you believe I can do it?" he asked her.
"I must believe it. Because I'm me, because you're you, because I can't pretend I don't know it. But the Cardo I love is the one who writes, not the one who lets himself be written on."
The power of circumstances. Normally - in any other situation - Cardo would have laughed at that response, and would have literally felt his love for Sol grow, one degree per laugh, thanks to a sort of internal thermometer. But not that night.
"And what will I do?"
"That's your decision. I can only tell you what I hope you will do. But I can tell you something else."
"What?"
"Don't show up unless you are ready to have two women in your life. And not the way you had them today."
"Can I call you?"
"No."
The peremptoriness of the response - to a question, what's more, that Cardo had thought was purely rhetorical - caught him off guard. "No?" he repeated stupidly.
"Write to me, Cardo", Sol replied. "Write", she added then, looking him in the eye with her steady emerald gaze. Because it's the only thing you know how to do, she added secretly to herself.
"With the Italian mail being what it is? All the way to the Lofotens?"
"Use e-mail."
"E-what?"
Sol betrayed a gesture of impatience. "You know very well e-what", she answered in a sharp tone.
"And you know very well that I don't even know the first thing about it."
" It's a good opportunity to learn."
Seized by a sudden attack of panic (two problems I don't know how to face! he exclaimed to himself), Cardo surrendered to the most primordial instinct of survival. And became deathly coy.
" You could teach me", he tried with a faint smile that wasn't very convincing.
Sol's look would be enough to dissuade him from trying again for the rest of his days. But is there a rest of my days? he wondered thinking about the unknown future that awaited him.
An that moment, Sol seemed to sense the shiver of panic that gripped him, as though the icy wave which had submerged him were objective, concrete, and had invaded the room.
"Don't be afraid, Cardo", she murmured placing a hand gently on his cheek.
Hearing those words, Cardo felt a strange sensation; he knew that Sol was referring to the trial that awaited him, but he also realized that there was, in those words, a final, crucial exhortation to conquer the slippery rock face on which he had stumbled that day, after so many months of undecidedly treading back-and-forth. It was the rocky obstacle of his terror of having a child - of his terror, chilling and viscous, of losing a child. 
It was the rock formation, real and concrete, beneath which he had in fact lost someone.

from chapter 6: A Moment Along Life's Way

It was therefore with a clear lack of concern that Riccardo, a few hours later, approached the rocks of the Cathedral of Palmarola, a magnificent cove so named for its rocky formations that were similar to the pipes of a church organ, In the preceding days he had discovered an underwater passage beneath it which, he was almost certain, led to an interior cave. The only reason he had not dared to venture there before was, in fact, because of Michele: knowing that he would have wanted to follow him, he did not want to set off tedious discussions in which he - as the responsible older brother - would have had to forbid him to do so, nor did he want to give in to him and risk having something happen. But that day things had changed; a slight but decisive shift had occurred in their relationship, and the neutral association that had existed up until the night before had been transformed, perhaps, into a clearer awareness of the difference in their ages, their universes, and their points of reference. In this new scenario, the fact that Michele might want to follow him into an underwater passage had a different significance than it would have had just a day earlier even. It was as though Riccardo, at that moment, wanted to emphasize his own independence from Michele and from any responsibility toward him. Michele was no longer just the little brother who followed him and emulated him in his underwater expeditions. He was also and above all Michele, a little boy only three years younger than he was, with his own needs and his own traits - not the least of which was not knowing how to keep his mouth shut.
Riccardo stopped in front of the passage, and as always Michele bumped up against him. He turned around and gestured to him to move back, to leave room for him to dive under. As usual, he went first because he held the pneumatic spear gun, which he had not been able to leave behind although it had not yet yielded him any prey. He turned toward Michele, raised his head above water, and took the mouthpiece out of his mouth.
"Do you see the passage way?" he asked.
"Yes", Michele replied in a grave, almost frightened tone.

The seriousness of his reply did not go unnoticed. Riccardo looked into his eyes - eyes which were comically encircled by a "Pinocchio" mask - and for a moment tried to understand if his brother was up to the task. But all he saw was his own reflected image. With the fickleness typical of his age, he forgot about that fleeting shadow of concern.
"So are we going?"
"We're going", Michele repeated in a trembling voice. "You first", he then added pointlessly, as though to give them both courage. 
All right, Riccardo said to himself. He was excited: for him the discovery of an underwater cave was anything but an everyday event, charged with a magic that up until that summer he had only been able to find in the stories of Stevenson and London. He took a series of deep breaths to hyperventilate, held his breath, bent his torso ninety degrees toward the bottom, lifted his legs perpendicular to the surface of the water and let himself be dragged below by his own weight, giving the first kick with his fin only when he was sure of being under water. It was a perfect movement, done more perhaps as a kind of childish challenge to his brother than to avoid scaring away any possible underwater prey - in that moment, the idea of shooting at a fish wasn't even skimming the antechamber of his brain. The passage way opened in front of him, a dark, almost perfect circle which penetrated the rock, and which a little further on gave off a bluish gleam of light that could only mean one thing: an interior grotto which the sun entered from above through a natural chimney. 
Riccardo gave a second kick with his fins, then a third; he equalized just before reaching the opening, put his hands on the edges of the rock and stopped for one quick instant, experiencing an inexplicable temptation to turn toward the surface and check on Michele. But he knew that every second was crucial, so he resisted that impulse which was so different from everything that had led him down there, and proceeded resolutely into the passage. For one or two seconds he found himself in the most absolute darkness, and was almost at the point of yielding to panic; but soon afterwards he saw the blue splash of light in front of him, only a few meters away, and he began moving forward again. The splotch of light grew bigger and bigger, ever brighter, until it completely surrounded him, and with a last kick of his fins Riccardo reached the surface. He expelled the water from the mouthpiece with an enthusiastic blast, raised his head, pulled his mask up to his forehead, and looked around. It was the first cave he had ever discovered in his life, and it was a sight to take your breath away. As he had thought, the sun filtered in through a narrow, natural chimney a few dozen meters higher up, illuminating the damp rock walls and making them sparkle like a very dark precious stone. The cave formed an almost perfect circle, and on the side opposite the underwater passage was a strip of fine sand, very white and perfectly smooth, on which, evidently, no one had ever set foot. Riccardo looked around enchanted, his mouth open, and it was only after several dozen seconds that he realized that Michele should have emerged from the passage by then. Gripped by an abrupt shiver of apprehension, he turned toward the wall from which he had entered. And with sudden, chilling horror he realized that there were two openings in the rock. It meant, he knew, that the underwater passage had forked.
He lowered the mask back over his face and hastily dove under the water, not caring any more about the elegance of his motions. He quickly saw that the second passage was much narrower than the one he had taken. So narrow that even a frail little boy of eleven could remain trapped there. Without even surfacing, he tried to enter it, but it was useless - it was too tight. He kicked with his fin, reemerged, blew the water out of the mouthpiece and looked around in the vain hope that Michele had meanwhile come out - from where?, he asked reproaching himself for the naiveté of that thought. The cave was deserted, more silent than ever.
Riccardo caught his breath and dove under again, but this time he retraced his own path. He reached the dark tract of the passage way, feeling the rocky walls that surrounded him, and stuck his head out of the opening at the entrance in the vain hope that Michele had given up and might be waiting for him outside, wearing his typical little smile that was halfway between pulling his leg and feeling guilty. But there was no trace of his brother.
Feeling the first involuntary contraction of his lungs in need of oxygen, he did an about face and instead of going back up to the surface to get help, went back to the passage way. At that moment, the terror of facing the adult world waiting unaware on the motorboat was coupled in him by the even stronger need to find his brother, to touch him, to drag him out of the shadowy space in which he must have gotten stuck.

When he exploded out of the water, inside the cave, Riccardo drew a breath that seemed more like a death-rattle. His eyes were filled with tears of terror, and his throat contracted, shaken by sobs and lack of oxygen. He looked around desperately, stupidly hoping to find his brother's footprints on the little beach. But the sand was still untouched, as smooth as white stone.
More than a minute had passed since he had dived in to look for Michele, and perhaps more than two since he himself had ventured into the passage way. But not even at that point did Riccardo decide to go back outside the cave. Shaken by shudders and tears, deafened by the sound of his sobs echoing back from the walls of the grotto, he prepared for a wait that he already knew would be perfectly useless. He remained motionless for a long time, crying out his brother's name in a voice that grew fainter and fainter, submerged up to his neck in the cold, dark water of the cave.
Then he dragged himself to the little strip of beach, curled up in a fetal position and closed his eyes - and hoped never to have to open them again.

With the passing of time, those few, terrible minutes spent waiting for Michele to reappear out of nowhere would come to assume an almost spellbound dimension, like black magic, contracting into one quick, very violent instant - the instant in which Michele drowned, the moment in which Riccardo became aware that he was dead - and at the same time expanding disproportionately, to the point of encompassing Riccardo's entire past and his uncertain, fearful future.
The first obsessive rituals would appear soon afterwards, and their cave-related psychological origin would torment the adult Cardo up until his discovery of the concrete existence of an accomplice - his own overloaded brain - to which he could assign part of the guilt; starting from there, he could begin to reacquire that thin slice of normality to which every human being has a right.
The pain, what Cardo called heartbreak - that was impossible to overcome, even with the help of time. And like all suffering worthy of the name, it had brought with it a kind of prudent lieutenant, a secret protector who watched over his most sensitive areas, his most tender and festering corners, like the edges of a wound that has healed badly.
It was what, for lack of a better term, we call fear.
  


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