THE BEST PART (La parte migliore)
a short story by Diana Lama
Forthcoming in Beacons 10, edited by Alexis Levitin (Literary Division, American Translators Association, v. 10, 2005).

English Translation © 2004 Anne Milano Appel

La parte migliore della caccia è l’uccisione. 
Questa era almeno la sua opinione, confortata da anni e anni di cacce eseguite con successo, decine di prede inseguite, stanate e ammazzate. Ogni momento della procedura era certamente eccitante, e c’era anche la soddisfazione di veder migliorare di volta in volta la propria tecnica, l’acuirsi dell’occhio in grado di individuare fra tante la preda adatta, quella giusta, quella che si sarebbe fatta inseguire fuggendo con grazia e lottando poi fino all’ultimo. 
Perché nella caccia, si sa, bisogna essere sportivi, e permettere un po’ di gioco alla preda, se no che gusto c’è?
Tutto eccitante, tutto soddisfacente, ma il momento veramente impagabile era quell’unico, squisito istante in cui l’avversario si rendeva conto che non c’era più nulla da fare, nessun buco dove nascondersi, nessuna via di fuga, nessuna estrema resistenza da tentare. In quell’attimo di resa disperata, di totale consapevolezza della fine imminente, lui trovava il massimo piacere, che si prolungava poi nell’uccisione immediatamente seguente, che ne era la naturale conclusione.
Il suo terreno di caccia era la metropolitana.
Centinaia di prede vi viaggiavano ogni giorno, e lui, stordito da tanta grazia di Dio, viaggiava con loro, avanti e indietro sulla linea rossa, poi la verde, la gialla e via così, finché non individuava quell’unica che, lo sapeva, gli avrebbe offerto il maggior godimento.
Di solito preferiva le ragazze un po’ distratte, con l’aria intellettuale, quelle che in metro si portavano un libro. 
Dovevano però essere toste, in forma e scattanti, in grado di combattere e, soprattutto, di rendersi conto. 
Niente grasse, per lui, o tonte, torpide, quelle tipe bovine lente perfino a capire quando stanno morendo. Ne aveva provate un paio, tanto tempo prima, quando non era ancora un cacciatore così bravo, e le ricordava ancora con un vago senso di disgusto. 
No, lui le voleva scattanti, veloci, agili come gazzelle, pronte a lottare per la vita fino all’ultimo con le unghie e coi denti, se no non si divertiva.
Soprattutto, aborriva le gomme da masticare. Più volte gli era capitato di scartare una preda perfetta sotto ogni punto di vista, solo perché masticava l’osceno bolo gommoso. 
Non aveva preferenze per il colore e la razza, ma siccome anche l’occhio vuole la sua parte, le gradiva carine, anche belle se possibile. E se, qualche volta, come sorpresa inaspettata, scopriva durante la caccia vera e propria che avevano anche una bella voce, allora, beh, ragazzi, questa sì che era una preda super!
L’appostamento poteva durare anche giorni. 
In metropolitana la individuava, dopo una lunga selezione, poi iniziava a seguirne la pista, per scovare la sua tana e i luoghi preferiti. Questa fase era molto variabile, da poche ore a quasi un mese. 
C’erano prede talmente appetibili che lui non aveva saputo resistere, e aveva ammazzato subito dopo l’individuazione, dopo un appostamento veloce e feroce, nel primo posto adatto. Quando capitava, preferiva le mani nude, o al massimo un coltello. 
Dopo però, restava frustrato, con il bisogno inappagato di una bella caccia lunga e soddisfacente. Perché, anche se il meglio era l’uccisione, anche il resto aveva il suo valore, quindi lui cercava di centellinarsi l’attesa, di assaporarsela sulla lingua come il bouquet di un buon vino.
Nella sua altra vita i momenti di piacere erano scarsi, così, in questa eccitante vita notturna lui aveva imparato come far durare a lungo, anche nel ricordo, le sensazioni generate da una buona caccia. 
Quando non era troppo impaziente o affamato di morte, preferiva seguirla a lungo, imparare tutto di lei. Per giorni e giorni mangiava dove lei mangiava, pigliava il cappuccino nello stesso bar, casomai dopo che lei ne era uscita, seguiva gli stessi percorsi, comprava nella stessa libreria, sceglieva il sedile in fondo al cinema dove lei era entrata con gli amici. 
Entrava nell’ascensore quando lei ne usciva, e assaporava il suo odore ignaro. 
Sceglieva la stessa specialità dal bancone dei surgelati.
Si affacciava allo stesso parapetto ad ammirare il tramonto del giorno dopo.
Sempre un passo dietro di lei, un respiro dietro di lei.
Poi capiva che era il momento di smettere. Forse lei iniziava ad avvertire un vago disagio, come un’ombra dietro le spalle, oppure lui semplicemente si scocciava, così, come ci si scoccia di qualunque gioco, e allora era facile, conoscendola come solo lui la conosceva, appostarsi nel posto e nel momento giusti, che per lei purtroppo si rivelavano tragicamente e irrimediabilmente sbagliati.
Anche in queste occasioni raramente trovava alternative valide alle mani nude o al coltello, ma il tutto era molto più lento, senza urgenza e senza ansia, almeno non da parte di lui.
Qualche volta si permetteva una piccola improvvisazione, come la busta di plastica trasparente, in modo da poter vedere fino all’ultimo attraverso il velo di condensa. 
Oppure le forbicine per le unghie, o il ferro da calza.
Una volta, ricordava con piacere, aveva usato una garrota organizzata con le calze di nylon di lei, e in un’altra occasione una grossa forcina per capelli aveva dimostrato la sua versatilità. 
Le mani erano comunque le sue preferite, perché le uniche che permettessero un vero corpo a corpo, e il poter rubare l’ultimo sospiro dalle sue labbra bluastre.
Il sesso, ovviamente, era un optional. 
Veniva prima del resto, un frettoloso scambio che loro concedevano rattrappite dal terrore e quasi grate, pensando che era tutto quello che si voleva da loro, e che dopo sarebbero state salve. Ferite, vinte, umiliate, ma vive. 
Così cedevano come morbide orchidee, ma il vero orgasmo lui lo provava nell’istante in cui capivano che non era finita, che stava cominciando solo allora.
E lo capivano sempre, ma sempre troppo tardi.
Dopo, lui era appagato per un po’.
A volte un mese, a volte un anno. In qualche occasione solo pochi giorni. 
Poi si rimetteva in caccia.
Sera dopo sera, pomeriggio dopo pomeriggio, treno dopo treno, nella folla dei pendolari, lui la cercava, la individuava, e il gioco ricominciava.
Così anche quella sera, un po’ tardi per i suoi ritmi, gli sembrava di averla trovata, seduta in fondo al vagone, sola, un po’ triste e con lo sguardo perso nel vuoto.
Cambiò di posto per vederla meglio, aveva delle brutte unghie tutte rosicchiate, e questo lo infastidiva non poco, e anche una smagliatura nella calza, decisamente al di sotto del suo standard.
Stava considerando l’idea di spacciarla subito, uno spuntino veloce per la sua fame di morte prima di una caccia più lunga, più sostanziosa e soddisfacente, quando il treno si fermò, gente scese e gente salì, e insieme agli altri, lei.
Lei, la sua vera preda. Non l’altra, quello scipito e scialbo esemplare femminile che per quel che lo riguardava poteva continuare a rosicchiarsi le unghie in un angolino. Era al sicuro, almeno da lui.
Voleva questa.
A prima vista poteva forse passare per una qualunque, non troppo bella e non troppo vecchia, niente che la facesse spiccare nella folla. 
Ma per un occhio allenato come il suo, invece, era uno scherzo riconoscerne le qualità che ne avrebbero fatto la preda perfetta di una caccia eccitante. Sentiva già un brivido di eccitazione scorrergli sotto la pelle. Forse non ce l’avrebbe fatta ad aspettare, forse l’avrebbe presa quella sera stessa, o forse avrebbe tentato di farsela durare a lungo. 
Era alta, quasi quanto lui, e un po’ più anziana della media delle sue ragazze. Trentadue, trentacinque anni, però in forma. 
I muscoli lunghi delle cosce e dei polpacci che si delineavano sotto i pantaloni di stoffa leggeri la indicavano per una sportiva, jogging, oppure tennis, o nuoto, aveva le spalle belle diritte. 
Forse una danzatrice, si trastullò con questa idea, non aveva mai avuto una ballerina, prima. La studiò di sottecchi. La postura della schiena, i piedi con i talloni uniti e le punte lievemente divaricate, i movimenti fluidi e aggraziati, era proprio una ballerina, decise soddisfatto. Una insegnate di danza, data l’età. 
Bene, avrebbe ballato per lui. 
Quello che gli piaceva di più era la sua aria di tranquilla sicurezza, la forza di carattere, il nerbo che solo una disciplina sportiva sa dare. Avrebbe lottato a lungo e con coraggio, prima di arrendersi, ma la sua resa sarebbe stata totale, la disfatta di un animale che ha trovato un nemico più forte. 
Portava i capelli scuri raccolti in uno chignon morbido e un po’ disordinato sulla nuca. 
Erano lunghi, sarebbe stato piacevole avvolgerseli attorno al polso e tirare, tirare fino a farla urlare. 
Aveva gli occhiali, occhiali da lettura, perché quando chiuse il tascabile che teneva in mano e lo ripose nella borsa a tracolla se li levò e con il volto nudo e indifeso percorse tutta la carrozza, saltando da un viso all’altro, come se cercasse qualcuno. 
Lui abbassò lo sguardo velocemente, anche se per una frazione di secondo i loro occhi si erano incontrati. 
Una frazione di secondo di troppo, lui non gradiva che la preda si accorgesse di lui troppo presto, avrebbe potuto mettersi in allarme. 
Ma no, era tranquilla, in piedi con una mano sul corrimano e l’altra nella borsa, e lo sguardo ora distratto che vagava oltre il vetro del finestrino, nel buio. Non aveva minimamente fatto caso ad un uomo qualunque, seduto qualche posto più in là e confuso tra altri uomini qualunque, non troppo bello, non troppo vecchio.
La seguì quella sera e la settimana successiva, centellinandosi la voglia che aveva di lei. Scoprì dove abitava, un palazzo discreto in una strada perbene, e il suo posto di lavoro, in centro. 
Sulla professione si era sbagliato, lavorava in ufficio, con un incarico di responsabilità, forse una dirigente, però due pomeriggi la settimana insegnava danza a delle bambine in una palestra dove poi rimaneva ad allenarsi fino a sera. 
La seguì a cinema, dove andò con tre amiche chiassose e meno belle, e provò un brivido di eccitazione quando lei, nel buio, sfiorò la sua gamba tornando al suo posto dopo essere andata in bagno.
La guardò fare spese, sceglieva vestiti comodi e morbidi, e comprava molta frutta e verdura, ma anche carne di qualità. 
Era affascinato da lei, avrebbe quasi voluto seguirla all’infinito.
Certe volte lei si fermava, in pullman o in metropolitana, o in mezzo alla strada, una volta su una scalinata. Si fermava e volgeva attorno quello stesso sguardo circolare che le aveva visto lanciare la prima sera, come se cercasse qualcuno. 
Non si accorse mai di lui, anche perché ormai stava molto attento. Decise che era un vezzo, una curiosa abitudine di una donna un po’ miope. 
Due volte fu sul punto di prenderla sotto casa, ma si trattenne. Non avrebbe avuto la pace e la tranquillità per giocare a lungo con lei. 
Invece il quartiere attorno alla palestra era deserto la sera, e decise che l’avrebbe aspettata lì, la prossima volta. 
Lo decise con rimpianto, perché sapeva che avrebbe cercato a lungo un’altra come lei. 
Il martedì sera lei uscì dopo l’allenamento come al solito, anzi forse un poco più tardi. I pochi negozi erano già tutti chiusi e si incamminò con passo veloce per la strada. 
La seguì da lontano, sapeva che dopo due isolati avrebbe tagliato per un vicolo buio e tortuoso che sbucava su un’arteria principale, dove passava il pullman che l’avrebbe riportata a casa. Ma non quella sera.
Lei si inoltrò nella stradina, la borsa sportiva che rimbalzava su un fianco, e sparì nell’oscurità. 
Attese pochi secondi, poi le scivolò dietro. Il vicolo era lungo e buio, e faceva due curve. C’erano bidoni dell’immondizia accatastati su un lato, e nessuna finestra, visto che costeggiava una piccola fabbrica e un negozio. Nessun testimone, il luogo perfetto. I rumori del traffico della sera erano molto più in là. Il coltello era in tasca, ma non l’avrebbe usato, almeno non all’inizio.
Girò l’angolo e se la trovò di fronte, gli occhi che scintillavano nell’oscurità.
- Cosa vuoi? Perché mi segui? – chiese. Era la prima volta che sentiva la sua voce. Un po’ roca e un po’ arrogante, con un tremito in fondo, perfetta come lei.
- Lo capirai subito – sorrise lui, e cacciò il coltello. Il bello era poter cambiare idea. L’avrebbe sottomessa con la lama, e poi…
- Allora è questo – la vide sorridere, e il corpo di lei prima in tensione si rilassò impercettibilmente. 
Registrò questo dato con perplessità, poi non ebbe il tempo di capire più niente. Si ritrovò a terra con le sue caviglie da ballerina strette intorno alla gola, il braccio destro piegato in modo innaturale sotto di sé, e il coltello? 
Dov’era il coltello? In mano a lei, e scintillava nel buio come i suoi occhi. Gli occhi di una belva feroce.
- Non ero sicura, sai. Mi sarebbe dispiaciuto se fossi stato solo un banale, innocente pappagallo di strada. Sono di gusti difficili, temo.
Aveva denti molto bianchi, se ne accorgeva solo ora, mentre osservava affascinato e orripilato la punta rosea della lingua che guizzava tra le labbra leccandole, come un gatto. 
O forse come una pantera.
- E’ stata una settimana carina. Non hai deluso le mie aspettative. E’ così eccitante trascinarvi in giro mentre pensate di essere il cacciatore. Mi godo ogni attimo. 
Sorrise ancora e strinse la presa. 
Lui non poteva muoversi. Lacrime di dolore e di paura gli riempivano gli occhi. Lei avvicinò quei denti affilati al suo orecchio, mentre il coltello iniziava a muoversi lentamente.
- Ogni attimo. Ma quello che preferisco sopra ogni cosa, la parte migliore della caccia, è l’uccisione.   

The best part of the chase is the kill. 
This was his opinion at least, confirmed by years and years of successful hunting, dozens of quarries stalked, flushed out and killed. Every moment of the pursuit was exciting of course, and there was also the satisfaction of seeing his technique improve from one occasion to the next, his eye sharpening so as to be able to pick out a suitable victim from among many: the right one, the one who would let herself be stalked, fleeing gracefully and later struggling to the very end. 
Because, as everyone knows, you have to be sportsmanlike in the chase and allow the prey a fair chance to play the game a little, otherwise where’s the pleasure in it?
All of it exciting, all of it satisfying, but the really priceless moment was that single, exquisite instant in which the adversary realized that there was no longer anything she could do, no place she could hide, no way to escape, no ultimate resistance she could put up. It was in that instant of desperate surrender, of complete awareness that the end was imminent, that he experienced his greatest pleasure, a pleasure prolonged in the killing that immediately followed and was its natural conclusion.
His hunting ground was the subway.
Hundreds of prey traveled it every day, and he, dazed by such a profusion of God’s abundance, traveled with them, back and forth on the red line, then the green, the yellow and so on, until he identified the only one who, he knew, would offer him the greatest enjoyment.
Usually he preferred young women with an intellectual look, who carried a book with them on the subway and seemed a bit distracted. 
But they had to be exceptional, very fit and spry, capable of fighting and, above all, of being aware. 
No fat ones, or slow-witted, sluggish ones for him, those bovine types who are even slow to realize when they are dying. He had tried a couple, many years earlier, when he was not yet such a skilled hunter, and he still remembered them with a vague sense of disgust. 
No, he wanted them alert, quick, agile as gazelles, ready to struggle to the end, to fight tooth and nail for their lives, otherwise he didn’t enjoy it.
He especially despised chewing gum. More than once he had had to reject a quarry who was perfect from every other angle, only because she was chewing an obscene glob of gum. 
He had no preferences as to color and race, but since the eye too wants its share, he liked them pretty, even beautiful if possible. And if, at times, as an unexpected surprise, he would discover during the actual chase that she also had a beautiful voice, then, well, this one for sure was a super-quarry!
The stalking might last for days.
He would pick her out in the subway, after a long selection process, then begin to follow her trail, tracking down her lair and her favorite spots. This phase varied a great deal, from a few hours to almost a month. 
There were some prey who were so appetizing that he wasn’t able to resist and killed them right after choosing them, in a savage surprise attack in the first suitable place. When this happened, he preferred to use his bare hands, or at most a knife. 
Afterwards, however, he remained frustrated, the urge for a nice, long, satisfying hunt unfulfilled. Because even if the best part was the kill, the rest was also precious; and so he tried to ration out the waiting, savoring it on his tongue like the bouquet of a fine wine.
Because pleasurable moments were few and far between in his other life, in this exciting nocturnal life he had learned how to make the feelings generated by a good hunt last, even in memory. 
When he wasn’t too impatient or deathly famished, he preferred stalking her at length, learning everything about her. For days and days he would eat where she ate, have a cappuccino at the same cafe, possibly after she left it, follow the same routes, browse in the same bookstore, choose a seat in back at the movie theater where she went with friends. 
He would enter the elevator when she was coming out of it, and savor her scent that was unfamiliar to him. 
He chose the same product from the frozen foods case.
He looked out from the same parapet to admire the sunset the following day.
Always one step behind her, one breath in back of her.
Then he would know somehow that it was time to stop. Perhaps she would begin to sense a vague uneasiness, like a shadow behind her back, or maybe he had simply had enough of it, no special reason, like you tire of any game. At that point, knowing her as only he knew her, it was easy to station himself at the right place at the right time, a place and time that for her unfortunately would turn out to be tragically and irreparably wrong.
Even on these occasions he rarely found effective alternatives to his bare hands or a knife, but it was all much slower, without any urgency or anxiety, at least not on his part.
Once in a while he allowed himself some small improvisation, like a transparent plastic bag, to be able to look through the film of condensation until the very end. 
Or a nail scissors, or knitting needle.
Once, he remembered with pleasure, he had used a garrote fashioned from her nylon stockings, and on another occasion a large hairpin had demonstrated its versatility. 
Hands however were his favorite, because only they allowed a real hand-to-hand struggle, and the ability to steal the last moan from her bluish lips.
Sex, of course, was optional.
It would come before the rest, a hasty exchange they submitted to, numb with terror and almost thankful, thinking that it was all he wanted from them, and that afterwards they would be out of danger. Damaged, defeated, humiliated, but alive. 
And so they yielded like tender orchids, but his real orgasm occurred in the instant in which they understood that it wasn’t over, that it was only just beginning.
And they always understood it, though always way too late.
Afterwards, he would be satisfied for a while.
Sometimes a month, sometimes a year. On some occasions only a few days. 
Then he would resume the chase.
Night after night, day after day, train after train, he would look for her in the crowd of commuters, pick her out, and the game would begin again.
And so that night too, a little late for his usual rhythms, he thought he had found her, sitting at the back of the subway car, alone and a little sad, her gaze lost in space.
He changed his seat to see her better: she had ugly fingernails, all bitten down, which bothered him more than a little, and a run in her stocking as well. Definitely beneath his standards.
He was considering the idea of finishing her off swiftly, a quick bite to feed his craving for death prior to a longer, more substantial and more satisfying hunt, when the train stopped, people got off and on, and with them, her.
Her, his real prey. Not the other one, not that dull, lifeless female specimen who as far as he was concerned could go on biting her nails over in the corner. She was safe, at least from him.
He wanted this one.
At first glance she could perhaps be considered just ordinary, not too beautiful and not too old, nothing that would make her stand out in a crowd. 
But for a well-trained eye like his, however, recognizing the qualities that would make her the perfect quarry of an exciting chase was mere child’s play. Already he felt a shiver of excitement coursing beneath his skin. Maybe he wouldn’t be able to wait, maybe he would take her that very night, or maybe he would try to make her last a long time. 
She was tall, almost as tall as he was, and a little older than the average age of his young women. Thirty-two, thirty-five, but very fit.
The elongated muscles of her thighs and calves outlined beneath the lightweight fabric of her pants showed that she was athletic, a jogger or tennis player maybe, or a swimmer, she had strong, straight shoulders. 
Perhaps a dancer. He toyed with this idea, he had never had a dancer before. He studied her furtively. The posture of her back, her feet with heels together and toes slightly parted, the fluid, graceful movements. She was a ballet dancer all right, he decided with satisfaction. A dance instructor, given her age. 
Fine then, she would dance for him. 
What he liked most about her was her composed sense of confidence, a strength of character, the backbone that only a sports discipline can provide. She would fight long and bravely before giving in, but her surrender would be total, the defeat of an animal that has met a stronger enemy. 
She wore her dark hair pulled back in a soft, somewhat untidy chignon on the nape of her neck. 
Her hair was long; he would enjoy wrapping it around his wrist and yanking it, yanking it until he made her scream. 
She wore glasses, reading glasses, because she took them off when she closed the paperback she was holding and put it back in her shoulder bag. Her eyes, now naked and defenseless, roamed over the entire car, jumping from face to face, as if she were looking for someone. 
He quickly lowered his gaze, though for a fraction of a second their eyes met. 
A fraction of second too long, he didn’t like his prey to notice him too soon, she could become alarmed.
But no, she was unruffled, standing with one hand on the railing and the other in her bag, her gaze now distracted as it wandered in the dark beyond the window glass. She hadn’t paid the least attention to an ordinary man, seated a few rows further up, mixed in with other ordinary men, not too good looking, not too old.
He followed her that evening and the following week, savoring the desire he felt for her. He discovered where she lived, a decent building on a respectable street, and where she worked, downtown. 
He had been mistaken about her profession, she worked in an office, in a position of some responsibility, a manager perhaps. On two afternoons a week, however, she taught dance to children in a gym, where she later stayed and worked out until evening. 
He followed her to the movies, where she went with three rowdy girlfriends who were not as attractive as she, and felt a shiver of excitement when she grazed his leg in the dark as she returned to her seat after going to the bathroom.
He watched her when she went shopping. She chose clothes that were comfortable and loose-fitting, and she bought a lot of fruit and vegetables, but also good-quality meat. 
He was fascinated by her, he very nearly wanted to stalk her forever.
Sometimes she would stop, on the bus or on the subway, or in the middle of the street, once on a flight of steps. She would stop and look around with that same encircling gaze he had noticed the first night, as if she were looking for someone. 
She never noticed him, for one thing because he was extremely careful by this time. He decided it was just a habit, the curious mannerism of a woman who was somewhat myopic. 
Twice he was about to seize her near her home, but he held back. He wouldn’t have been calm and composed enough to play a drawn-out game with her. 
The area around the gym, however, was deserted at night, and he decided that he would wait for her there the next time. 
He made the decision with some regret, because he knew that he would have to search long and hard to find another like her. 
On Tuesday night she left after her workout as usual, or maybe a little later. The few shops were all already closed and she set off quickly down the street. 
He followed her at a distance; he knew that after two blocks she would turn off down a dark, winding backstreet that came out on a main thoroughfare, where she would catch the bus that would take her home. But not that night.
She entered the narrow street, her sports bag bouncing at her side, and disappeared into the darkness. 
He waited a few seconds, then he slipped in behind her. The alley was long and dark, and curved twice. There were garbage bins stacked up on one side, and no windows, since it skirted a small factory and a store. No witnesses, the perfect place. The sounds of evening traffic were much further on. The knife was in his pocket, but he wouldn’t use it, at least not to start with.
He turned the corner and found her in front of him, her eyes flashing in the darkness.
“What do you want? Why are you following me?” she asked. It was the first time he had heard her voice. A little husky and somewhat arrogant, with a tremor in it, perfect as she was.
“You’ll understand soon enough” he smiled, and pulled out the knife. The beauty of it was being able to change your mind. He would subdue her with the blade, and then…
“So that’s it” he saw her smile, and her body, that had at first been tense, relaxed imperceptibly. 
He registered this fact with confusion, then he didn’t have time to notice anything anymore. He found himself on the ground with her dancer’s ankles tight around his throat, his right arm twisted unnaturally beneath him. And the knife? 
Where was the knife? In her hand, glinting in the dark like her eyes. The eyes of a savage beast.
“I wasn’t sure, you see. I would have been sorry if you had been just a common, innocent skirt-chaser. I have exacting tastes, I’m afraid.”
Her teeth were very white, only now did he notice this; with fascination and horror he watched the pink tip of her tongue darting between her lips, licking them like a cat. 
Or perhaps like a panther.
“It’s been an amusing week. You didn’t disappoint my expectations. It’s so thrilling to lead your type around while you think you are the hunters. I love every moment of it.” 
She smiled again and tightened her grip. 
He was unable to move. Tears of pain and fear filled his eyes. Those sharp teeth moved close to his ear, as the knife began to shift slowly.
“Every moment. But what I love more than anything, the best part of the chase, is the kill.”


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