LIKE THE SEA (Come il mare)

Original Italian text by Valentina Reginelli*
From the volume Gli Intemperanti, Giulia Belloni, ed. (Padua: Meridiano Zero, 2004).

English translation © 2005 by Anne Milano Appel

Giulia aveva la pelle bianca e due seni grandi che mettevano voglia di toccarli anche a me, che ero sua amica. Forse perché li portava con disinvoltura, nascosti solo da certe camicette bianche che mostravano qua e là la trama del reggiseno. Oppure perché ricordavano i seni delle donne di una volta, per esempio quelli di mia madre, quando avevo voglia di piangere e ci infilavo dentro la testa come per proteggermi da un nemico invisibile.
Giulia si muoveva nel mio spazio come una carezza sui capelli. Come un bacio. A volte quando eravamo insieme mi saliva un brivido per la schiena e si fermava sulla nuca. Chiudevo gli occhi e la sentivo spostarsi. C’era qualcosa di languido in tutto quello che faceva, nei gesti, nella voce, nei capelli castani. Li portava così com’erano, lunghi sulla schiena. Mossi da qualcosa di selvaggio, duri, arrotolati uno sopra all’altro. Quando li legava era sempre in modo frettoloso, come se si fosse svegliata da poco. Allora scopriva un viso piccolo e bianco, con gli occhi appena cerchiati di scuro, umidi, simili a quelli di un cucciolo oppure di una donna che ha appena fatto l’amore. Giulia era sensuale e innocente allo stesso tempo.
Quell’estate aveva sedici anni ed era vergine. Trascorrevamo quasi tutto il tempo insieme camminando sulla sabbia bianca, facendo grandi nuotate nel mare calmo che rifletteva il colore del cielo e della vegetazione a ridosso della spiaggia. Che scintillava nella luce del mattino con minuscoli punti di luce simili a brillanti. Quando penso a quei giorni mi torna in mente soprattutto il bagliore accecante del giorno. Il contrasto della sabbia bollente con la sensazione di freddo che provavo ogni volta tuffandomi in acqua. L’odore della crema solare che si attaccava sulla pelle insieme ai grani microscopici di sabbia.
I pensieri invece si sono sbiaditi, talmente tanto che quando li cerco trovo solo sensazioni e colori violenti, una bellezza rara e talmente brutale da sembrare quasi dolorosa. Ritrovo il fuoco del crepuscolo che tingeva di rosa brandelli di nuvole sparsi nel cielo e insieme sembrava riflettersi su tutte le cose intorno. Anche quella dolcezza mi faceva soffrire. Mi sedevo sul muretto davanti alla veranda aspettando che il sole scendesse dietro le montagne fino a scomparire. La sera portava nuovi colori. Io trascorrevo gran parte del mio tempo cercando di capirli, di percorrerli fino alla loro essenza e di frantumarli, per poi unirli nuovamente. Dipingere per me non era solo descrivere la realtà che vedevo ma soprattutto le sensazioni, i profumi, i contrasti cromatici nella natura che somigliavano tanto a quelli misteriosi che sentivo aprirsi dentro di me. Dipingere era la ragione unica della mia esistenza. Cominciavo a capirlo proprio in quel periodo.
Giulia era stata la mia prima e unica modella. A lei piaceva posare per me. I ritratti che avevo fatto invece le interessavano meno, troppo poco fedeli alla realtà, troppo brutali. Per lei dipingere significava scattare istantanee. Un giorno si era persino messa a piangere davanti a uno studio per cui aveva posato parecchi giorni. La donna non le somigliava, era brutta. Io invece la trovavo sublime.
— È così che mi vedi?
Diceva soffiandosi il naso.
— Allora trovatene un’altra.
Non riuscivo a convincerla del fatto che il suo fascino non veniva fuori dai canoni comuni e che la bellezza in generale non si poteva rappresentare solo riproducendola. Le avevo fatto più di dieci ritratti ma ancora non ero riuscita a coglierla.
Cercavo di spiegarle la bellezza ma non capiva. O forse non le interessava. In ogni caso avevo iniziato a dipingere immaginando i tratti del suo viso, le linee del corpo, studiando il colore della sua pelle. Avevo cominciato a dipingere lei. Per lei.
Forse amavo Giulia. Mi chiedo ancora adesso se ci sia un confine tra l’amore e l’amicizia, tra essere uomo o essere donna. Mi rendo conto che a diciotto anni stavo scavalcando quei confini, se anche c’erano, ed ero pronta a superarne altri.
Quell’estate eravamo andate in Sardegna con i suoi genitori. Lei adorava il mare. Io un po’ meno ma avevo portato il necessario per dipingere e già mi vedevo girovagare per la campagna con il cavalletto in spalla, imitando gli impressionisti francesi che dipingevano all’aria aperta. Avevo immaginato di lavorare a ritmi assurdi una volta arrivata lì. Invece succedeva il contrario: mi ero accorta di quanto fosse piacevole restare sdraiata sotto il sole come un rettile senza pensare a niente. Sentire solo il calore sulla pelle, le gocce d’acqua e di sale che si asciugavano lasciando una polverina bianca.
Seguendo Giulia che conosceva bene il posto mi ero arrampicata sulle rocce rosse fino a scendere di nuovo al mare, in un punto dove sembrava una pozza scura e minacciosa, in un altro dove era chiaro e azzurro, come una piscina. Avevo scoperto colate laviche penetrate nella roccia, talmente vecchie da risalire a un tempo inimmaginabile. Le avevo toccate chiedendomi come potesse essere il centro della terra che le aveva vomitate così lontano. Giulia si tuffava da quelle pareti in alcuni punti dove sapeva che non c’erano scogli nascosti sotto la superficie dell’acqua. Io rabbrividivo e lei rideva. Mi chiamava dal basso ma non scendevo. Avevo il terrore che potesse spaccarsi la testa ogni volta. Vista dall’alto sembrava ancora più bianca. Sembrava morta.
Avevo lasciato in un angolo pennelli e fogli. I miei schizzi. Le matite. Avevo lasciato cadere l’ossessione di trovare una strada verso qualcosa che non conoscevo ancora. Mi stupivo davanti ai colori di quella terra e di quel cielo. Del mare. Degli occhi castani di Giulia che avevano piccole macchie scure disseminate vicino alla pupilla. Non mi accorgevo che smettendo di cercarla la strada si stava tratteggiando in modo netto. Più avanti avrei solo dovuto camminarci sopra. Avevo smesso di dipingere ma ci pensavo continuamente. Studiavo. Assimilavo. Assorbivo gli elementi cromatici come fa la terra con l’acqua. Li lasciavo scivolare dentro. Semplicemente. Aspettavo.
La prima ventina di giorni era trascorsa così. Senza scosse. Non alzavamo un dito, neppure per cucinare. Si occupava di tutto la madre di Giulia. Cominciavo a pensare con una certa tristezza al momento della partenza. Alla mia casa tanto rumorosa in confronto a quella in cui mi ospitavano, bianca all’esterno, silenziosa e fresca all’interno. Ordinata.
Giulia era figlia unica. Io ero la seconda di cinque fratelli. Lei era figlia di un ingegnere. Io di un artigiano. La mamma di Giulia andava una volta alla settimana dal parrucchiere e quando tornavamo a casa da scuola ci preparava la merenda chiamandoci tesoro. Mia madre lavorava tutto il giorno e quando tornava era talmente stanca che a malapena riusciva a chiedermi come era andata la mia giornata. Non rispondevo più. Non se ne accorgeva.
I genitori di Giulia avevano quella bella casa sul mare e mi avevano invitato a trascorrere le vacanze con loro. Era estate. Era un posto meraviglioso e selvaggio. I villeggianti erano pochi e silenziosi. Non esistevano locali né ritrovi di nessun tipo. Solo un piccolo bar sulla spiaggia con la veranda, il bancone, i tavoli, un palco di legno. Noi non cercavamo nessuno. Io e Giulia stavamo bene da sole e l’idea della separazione mi rattristava. Specie la sera. Avevo la sensazione che qualcosa sarebbe cambiato e non riuscivo ad accettarlo. Dopo cena mi piaceva sedermi a guardare la luna che si affacciava sul mare, come se qualcuno l’avesse messa lì apposta, nel punto dove sembrava più bella.
Una mattina il ragazzo che aveva in gestione il bar sulla spiaggia ci disse che stava organizzando per la serata uno spettacolo: musica e danza tribale con un gruppo di ragazzi che erano arrivati da poco. Giulia aveva promesso che saremmo andate a vederlo e si era alzata dal bancone scuotendo i capelli folti con una mossa della testa che aveva distratto metà degli avventori.
— Verremo di sicuro. Vero?
Io avevo annuito un po’ svogliatamente, tanto per farla contenta. Nel frattempo giravo il cucchiaino nella coppetta di gelato pensando che avrei voluto fissarla con due segni di matita, così, nel gesto che aveva fatto un attimo prima. Ma lei si era già mossa. Il cappello di paglia in testa. Ridendo mi chiamava. In quel momento pensavo che fosse l’immagine più intensa della giovinezza, oppure della felicità di essere giovane. E di essere bella.
— Non ti va di vedere lo spettacolo vero?
Mi aveva chiesto appena arrivate a casa.
— No.
— E perché?
— Non lo so. Non c’è un motivo. È solo che non mi va e basta. Però se ti fa piacere andiamo.
— Figurati che me ne importa. È solo che il ragazzo del bar è tanto carino con me e poi per una volta c’è qualcosa di nuovo da fare.
Mentre parlava si arrotolava un ricciolo. Sembrava una bambina viziata. E mi innervosiva la sua ingenuità, il fatto non si rendesse conto dell’effetto che faceva sugli uomini.
— Il ragazzo del bar è un’imbecille che ci prova con tutte. Ecco come stanno le cose.
— Con te ci ha provato?
— No, ha capito che non era aria.
— Con me è solo più gentile.
— Con te ci vuole andare a letto.
— Senti, non mi interessa proprio.
— Ok, andiamo.
— Davvero? E che cosa ci mettiamo?
Giulia saltellava contenta.
— Ma che vuoi che ci mettiamo per andare a due passi da casa a vedere la danza del ventre!
Mi era arrivato un calzino appallottolato in faccia.
— Scema, non è la danza del ventre, è danza tribale.
Tirandole il calzino in faccia più forte avevo risposto che era uguale.
— Non è uguale!
— E tu che ne capisci di danza? Sei solo una brutta zingara. Una brutta zingara e anche grassa. E ti vuoi rimorchiare il ragazzo del bar che è basso e peloso.
— Non sono grassa e lo sai.
— Si invece.
— No!
— Si!
Rotolavamo sul letto ridendo e facendoci il solletico.
— Mi fai male! Smettila.
— E tu giura che ti vuoi far scopare dal ragazzo del bar.
— No!
— E dai, immagina la scena. Così basso ce l’avrà enorme. Pensa!
— No!
— Allora giura che sei una grassona.
— Sono come le statue di Botero?
L’avevo guardata fissa negli occhi.
— Più o meno. Apriti il vestito.
Giulia mi fissava con i suoi occhi umidi. Avevamo il fiatone.
— Non mi va di farmi disegnare adesso.
La voce mi aveva fatto venire una piccola vertigine dietro alla nuca.
— E chi ti dice che ti voglio disegnare? Voglio vedere se sei grassa come le statue di Botero. Dai, non fare la scema. Lo faccio per quello del bar.
Fuori faceva un caldo insopportabile. Avevamo appena pranzato e i genitori di Giulia stavano dormendo. La camera era illuminata solo dal chiarore che passava tra le fessure delle persiane accostate. Nella penombra avevo paura che potesse immaginare i pensieri che mi stavano passando per la testa. Avevo voglia di vederla nuda. Adesso. E di farmi toccare, di sentire la pressione leggera dei suoi capezzoli contro il mio seno. L’immaginazione non aveva il coraggio di andare oltre. E lei cosa pensava? Si era sdraiata vicino a me senza parlare. La vedevo respirare con il petto che faceva su e giù e non trovavo il coraggio di muovere un muscolo.
Poi l’immagine di Giulia. Nuda nella penombra appiccicosa della stanza. I capelli davanti agli occhi. Le mie mani, prima indecise poi sempre più sicure. La lingua calda scivolosa e mobile, i capelli davanti agli occhi. Le dita. L’immagine di Giulia. Sembrava che dormisse già. La lingua. Le dita. Non voleva parlare. Le mie mani. Pensare che fuori il sole batteva fino a morire sul mattonato davanti alla casa. Il sudore sotto le ascelle. Sto leccando. Allargo le gambe. Sembrava che dormisse già. Inarco la schiena. Pensieri sparsi come nuvole. Cosa succede. Pensavo. Continuavo. Le rocce fuori si spaccavano. Si aprivano. Le labbra. La pelle. Vista dall’alto sembrava morta, così bianca. La lingua. Vorrei urlare. Poi mi tocco da sola guardandola e continuo. Continuo. Ancora. Dormiva sul cuscino accanto a me con i capelli sparsi sulla fodera bianca. Chiudo gli occhi. Stringo le gambe e il calore sembra scivolare fuori colando sulla pelle fino ai piedi.
Chiudo gli occhi e sono stanca. Lei dormiva nella stanza in penombra mentre fuori ronzavano insetti e cuocevano al sole le pietre, la sabbia, le piante grasse. Mi avevano detto che alla fine del mese sarebbero arrivati i primi temporali estivi e immaginavo come sarebbero cambiati i colori del cielo. Immaginavo onde di cristallo fermarsi un momento davanti alla spiaggia per poi frantumarsi in tanti pezzi bianchi di schiuma. Il rumore dei tuoni. Si può dipingere? Forse con nuvole nere. Forse con gli alberi scossi da tremiti e schiaffi che perdono le foglie. Ciuffi di rovi impazziti.
Se la pioggia ci sarà con Giulia usciremo dalla veranda per bagnarci e potremo correre alla spiaggia finché i vestiti saranno inzuppati. Andremo sulle rocce rosse e scenderemo tagliandoci le mani, fino a dove il mare diventa una pozza scura e la grotta spalanca la sua bocca gelida. Se tremerai per il freddo ti toglierò il vestito bagnato. Se avrai paura potrò approfittare del tuo corpo e poi picchiarti e costringerti a toccarmi. Se mi guarderai. Se guarderai la pioggia scorrere dove sto impazzendo e sto godendo. Lei dormiva accanto a me con i capelli sparsi sul cuscino. Chiudo gli occhi. Mi addormento.


Giulia si era truccata, cosa che non faceva quasi mai, nemmeno in città. Quella sera era bellissima e io la odiavo. Guardandomi allo specchio vedevo un corpo abbronzato, tonico. Ho le ossa grandi e lunghe. Muscoli appena accennati ma solidi. Mi sentivo in forma perfetta. Ansiosa senza un motivo particolare. Aspettavo che succedesse qualcosa.
Camminando verso la spiaggia ho voluto fermarmi un momento da sola.
— Vai avanti, poi ti raggiungo.
Quando sto per lasciare un posto devo salutare, con calma. La vacanza stava per finire. Dovevo restare sola per ascoltare il rumore del mare ed essere certa di riuscire a sentirlo anche lontano da lì: solenne, discreto, immenso. Dovevo guardare la luna, raggio di luce increspato sull’acqua che si divide in due correnti. Capire quello che mi stava succedendo.
Ho acceso una sigaretta e mi sono seduta per terra tenendo strette le ginocchia vicino al mento. Ho guardato il cielo. Ho avuto voglia di piangere. Poi solo di continuare a guardare. Ho infilato la mano nella sabbia e l’ho tenuta stretta tra le dita.
Spenta la sigaretta, mi sono avviata lentamente verso il bar da dove cominciavano ad arrivare la musica e il brusio delle voci. Giulia era seduta davanti al bancone, un cocktail in mano, tre ragazzi intorno. Che stronza. Non regge l’alcool. La vedevo ridere. Troppo.
Intanto era cominciato lo spettacolo di musica tribale.
— Mi dai un Negroni?
— Giulia stasera è proprio una fighetta.
— Giulia è già sbronza, che le hai dato?
— Un Long Island e una Tequila. Tra un po’ la facciamo ballare sui tavoli.
— Sei proprio uno stronzo.
— Ma che vuoi eh?
— Sei un bastardo allupato come quei tre. Giulia l’alcool non lo regge.
— Ma chi sei, la madre?
— No, sono la nonna. Stronzo. Ha sedici anni.
— Però. Sembrava più grande.
— Sei un porco. Lasciala stare.
— Dopo il Negroni torna qui che ti offro un Long Island e poi ci facciamo un giretto di fumo tutti insieme.
— Il giretto fattelo con i tuoi amici. Io aspetto Giulia e poi ce ne andiamo.
— Ma fate come vi pare. Siete due troiette.
La danza tribale e l’alcool avevano eccitato tutti quanti. Erano arrivati i paesani con enormi damigiane piene di vino e offrivano ai villeggianti bicchieri pieni. La stagione stava finendo. Tre boccali mi avevano fatto girare la testa. Mi aggiravo tra i tavolini con il quarto bicchiere in mano e un moccioso quindicenne al seguito che cercava di toccarmi il sedere.
— Come ti chiami? Andiamo da qualche parte io e te?
— Ma torna da tua madre!
Giulia aveva il trucco già sfatto. Rideva. Le passavano il bicchiere e beveva. Non si accorgeva che uno dei tre tenendole un braccio intorno alla vita le poggiava la mano sul seno. Gli altri due si scambiavano occhiate, ubriachi anche loro.
All’inizio della serata avevo deciso di ignorarla per darle una lezione. Era ora che capisse come girava il mondo. La gelosia mi stava avvelenando e cercavo di buttarla giù insieme al vino rosso. Ero ubriaca ma ancora in qualche modo riuscivo a ragionare. Mi sono avvicinata al gruppo.
— Ciao bella.
Non ho risposto e sono andata dritta verso Giulia.
— Andiamo a casa. Sei ubriaca. Dammi la mano.
— Ti presento i miei amici.
— Me li presenti domani. Adesso vieni via.
— No, dai restiamo ancora.
— Giulia dammi retta, andiamo a casa.
Non rispondeva. Si lasciava infilare la mano sotto la canottiera di cotone. Si faceva stringere. Aveva lo sguardo fisso, inebetito dall’alcool.
— Tu metti le mani a posto imbecille, non vedi che non si regge in piedi?
— Ma tu che cazzo vuoi? Ma chi sei?
— Lasciala.
— Se la lascio cade, vero Giulia?
— Sì.
— Ecco appunto, la riporto a casa.
Ero sulle spine. Facevo fatica anch’io a collegare bene le frasi, la testa mi girava e avevo voglia di vomitare.
Uno dei tre si è avvicinato alitandomi con il fiato vicino alla faccia.
— Facciamo che venite tutte e due, ci fumiamo un po’ di roba buona in un posto tranquillo e poi vi accompagniamo a casa. Ci divertiamo un po’ tutti insieme.
Giulia si è ripresa un attimo e ha squittito stupidamente: — Che dici? Ci divertiamo un po’?
— Sei un cretina. Ma non ti vedi? Ti stai facendo trattare come una troietta.
Adesso mi guardava livida di rabbia.
— Sei tu che non ti sai divertire. Oppure è solo che sei gelosa? Dillo! Dillo! Qui, davanti a tutti. Hai capito? Ti devono sentire. Dillo!
I tre ridevano e si scambiavano battute. Da lontano sentivo il mare. Sentivo il vento carico di salsedine. Le tempie mi battevano. Giulia piangeva e ripeteva istericamente: — Dillo!
— Giulia, ascoltami. Scusami.
— Non ti voglio ascoltare. Vattene.
— Sei ubriaca.
— Hai capito? Vattene!
Allora mi sono girata e ho cominciato a correre lungo la spiaggia. Avevo il fiatone ma ho continuato finché sono caduta a faccia in giù sulla sabbia. Mi faceva male un piede. Sono rimasta lì, non so per quanto tempo, con la guancia sulla sabbia a guardare il mare di sbieco con un occhio solo.
Poi ho sentito da lontano il rumore di un tuono.
Sono settimane intere, mesi che non piove. La terra è piena di crepe. È secca. Il vento durante il giorno sposta spirali di polvere gialla che ricadono sui cardi secchi a bordo strada, che finiscono negli occhi, sui parabrezza delle automobili. Quello che doveva essere un prato ora è un campo di sterpaglia che ti graffia le caviglie quando ci cammini sopra. Sentieri di pietre bollenti, di formiche, di lucertole guizzanti. Il sole implacabile dall’alto. Tutti i giorni. Gli insetti che suonano violini magici nascosti tra i rami.
Tiro su la testa. Di nuovo un tuono. E mi sembra di sentire nell’aria qualcosa di nuovo, un’eccitazione palpabile. Nel cielo si apre una vena bianca, uno squarcio mostruoso. L’attesa. Poi ancora tuono. Più vicino. Ma non piove. Le piante sbattute dal vento sembrano aprire le foglie a ventaglio, sembrano allungare i rami verso l’esterno. Possibile? La terra sta aspettando, arsa di sete. Il cielo è gonfio.
Aspetto, anch’io.
Aspetto la pioggia. Sdraiata sulla sabbia con un piede dolorante, con il cuore a pezzi. Ho perso Giulia. E i fulmini non mi fanno più paura. Penso che vorrei essere come uno di questi arbusti. Radicato da qualche parte. Aggrappato alla roccia. Vivo, nonostante tutto. Nonostante la voglia di morire.
L’ultimo tuono porta la pioggia. Cominciano a cadere gocce grandi, poi sempre più piccole e fitte. Io ascolto. Un rumore che aumenta lentamente, che arriva da lontano. Il rumore delle foglie, dita sottili. Le gocce ci passano attraverso come piccole cascate o ruscelli tra le pietre.
Ho voglia di urlare. Non è gioia. Non è neanche dolore. Allungo le braccia e allargo le mani, come una pianta. Alzo il viso. Resto immobile così finché le braccia iniziano a farmi male. Ricado giù e mi metto a rotolare sulla sabbia bagnata. Poi mi fermo. Le stanno facendo del male. L’ho lasciata da sola, ubriaca, triste. Sono corsa via. L’ho abbandonata. Ed erano in tre.
Allora mi alzo in piedi barcollando e comincio a correre verso il bar. È una fatica immane, con il piede ferito e l’alcol ancora in circolo. Quando arrivo sono andati tutti via. Sono scappati a ripararsi in casa lasciando tutto sulla spiaggia: tavoli, bicchieri, bottiglie. È uno spettacolo triste. E Giulia non c’è.
Mi sale nel petto un’ansia che non posso sopportare. Mi sembra di impazzire. La cerco e ho paura di trovarla. Torno sull’altro lato della spiaggia. Poi verso le rocce. Poi di nuovo sulla spiaggia e verso il paese. Arrivo davanti alla veranda di casa. Mi siedo e mi accorgo di non riuscire neanche a piangere. Sono stanca, bagnata, ubriaca. I capelli si appiccicano sulla faccia. Ho freddo. Vorrei solo che non fosse successo nulla. Vorrei dormire.
Sono disperata eppure è tutto come sempre, a parte il rumore dell’acqua che sembra colare all’infinito da tutte le sporgenze, dentro migliaia di cavità nascoste. La luce davanti casa è accesa, come ogni sera. Invitante e buona.
Insopportabile.
Non so più dove cercare. Poi mi torna in mente l’immagine di Giulia così come la vedevo dall’alto delle rocce rosse. Talmente bianca da sembrare morta.

È passato tanto tempo da quella notte in cui forse sono diventata adulta. La notte in cui Giulia ha perso la sua verginità con un ragazzo del posto che l’ha trovata ubriaca al bar con tre balordi. L’ha salvata e poi sposata qualche anno dopo. Quando penso a quei giorni mi viene in mente soprattutto il mare.
Che è sempre uguale. Che riflette il colore del cielo. Che non dimentica mai.
Giulia had pale, white skin and big breasts that made even me, her best friend, want to touch them. Maybe because she displayed them nonchalantly, barely obscured under certain white shirts that revealed the outline of her bra here and there. Or maybe because they reminded me of the breasts of women of another time, those of my mother for example, when I felt like crying and would bury my head between them as if to protect myself from an unseen foe.
Giulia moved through my space like a touch caressing the hair. Like a kiss. Sometimes when we were together a shiver would run up my spine and stop at the back of my neck. I would close my eyes and feel her move away. There was something languid about everything she did, her gestures, her voice, her chestnut-brown hair. She wore it long and natural, falling down her back. Wild and untamed, its coarse waves tumbling over one another. When she tied it back, it was always done hastily, as if she had just awakened. At those times it exposed a small, pale face, and eyes with slightly dark circles, liquid eyes, like those of a puppy or of a woman who has just made love. Giulia was sensual and innocent at the same time. 
That summer she was sixteen and a virgin. We spent almost all our time together walking on the white sand, taking long swims in the calm sea that reflected the color of the sky and the vegetation along the beach. A sea that glittered in the morning light with tiny points of brilliance that seemed like diamonds. When I think back to those days, it’s the dazzling glare that I remember most of all. The contrast between the burning sand and the cold sensation I felt each time I dove into the water. The scent of suntan lotion that stuck to the skin together with microscopic grains of sand.
My thoughts, on the other hand, have faded, so much so that when I try to recover them all I come up with are sensations and violent colors, a rare beauty so brutal as to seem almost painful. I recapture the fire of sunsets that tinged the wisps of clouds scattered in the sky a deep rose, and that at the same time seemed to reflect in everything around us. Even that sweet pleasure made me suffer. I would sit on the low wall in front of the porch waiting for the sun to sink behind the mountains until it disappeared. Evening brought new colors. I spent a good part of my time trying to understand them, to explore them to their very essence, breaking them up and then combining them again in a new way. Painting for me meant not only depicting the reality I could see, but above all the sensations, the fragrances, the chromatic contrasts in nature that so much resembled those mysterious conflicts I could feel opening up inside me. Painting was my only reason for existing. It was in that period of time that I began to realize it.
Giulia had been my first and only model. She liked posing for me. On the other hand, she was less interested in the portraits I had done of her: not faithful enough to reality, too brutal. For her painting meant taking snapshots. One day she even started to cry when she saw a study for which she had posed for several days. The female figure did not look like her, she was ugly. I instead found her sublime.
— Is that how you see me?
She said blowing her nose.
— Well then find yourself another model.
I could not convince her that her attraction was not based on ordinary canons, and that beauty in general could not be portrayed merely by reproducing it. I had done more than ten portraits of her but I still hadn’t been able to capture her.
I tried to explain beauty to her but she didn’t understand. Or maybe she wasn’t interested. In any event, I had started painting by imagining the features of her face, the lines of her body, by studying the color of her skin. I had started by painting her. For her. 
Maybe I was in love with Giulia. Even now I wonder if there is a line between love and friendship, between being a man or being a woman. I realize that at eighteen I was crossing those lines, if they even existed, and that I was willing to cross others. 
That summer we had gone to Sardinia with her parents. Giulia adored the sea. I was a little less captivated by it, but I had brought along the materials I needed to paint and already I could see myself roaming around the countryside with an easel on my shoulder, imitating the French impressionists who painted out of doors. I had imagined working at a furious pace once I got there. Instead it was just the opposite: I realized how pleasurable it was to lie stretched out beneath the sun like a reptile, not thinking of a thing. To simply feel the warmth on my skin, and the drops of salt water that dried up leaving behind a fine, white residue. 
Following Giulia’s lead, since she was familiar with the place, I would scramble up the red cliffs to where they plunged down to the water again. At one point the sea appeared like a dark, threatening pool, elsewhere it was limpid and azure, like a swimming pool. I discovered lava flows that had seeped into the rock, so ancient as to go back to unimaginable times. I touched them wondering about the earth’s center that had spewed them such a distance and what it might be like. Giulia would dive from those cliffs at several points where she knew there were no rocks hidden beneath the surface of the water. I would shiver and she’d laugh. She called to me from below but I did not go down. Each time, I was terrified that she might crack her skull. Seen from above, she seemed even paler. She seemed dead.
I set aside my brushes and paper. My sketches. Pencils. I let go of the obsession to find a way toward something I didn’t yet know. I marveled at the colors of that landscape and of that sky. Of the sea. Of Giulia’s brown eyes that had small dark flecks scattered near the pupil. I didn’t realize that once I had stopped looking for it, that pathway was being clearly outlined. Further on I would only have to follow it. I had stopped painting but I thought about it constantly. I studied. I assimilated. I absorbed the chromatic elements as the earth soaks up water. I let them slip inside me. Simply. I was waiting. 
The first three weeks or so were spent in this way. Without any tremors. We didn’t lift a finger, not even to cook. Giulia’s mother took care of everything. With a certain sadness I began to think about the moment of our departure. About my own house that was so noisy in comparison to the one in which I was a guest: white on the outside, cool and silent on the inside. Neat and tidy.
Giulia was an only child. I was the second of five children. She was the daughter of an engineer. My father was a craftsman. Giulia’s mother went to the hairdresser once a week and when we got home from school she made us a snack and called us darlings. My mother worked all day and when she got home she was so tired that she barely asked me how my day had been. I never answered anymore. She didn’t even notice. 
Giulia’s parents had that beautiful house at the seashore and they had invited me to spend the vacation with them. It was summer. The place was breathtaking, untamed. The other vacationers were few and quiet. There were no haunts or hangouts of any kind. Only a small stand on the beach with a porch, a bar, some tables and a wooden stage. We didn’t seek anyone else’s company. Giulia and I were happy on our own, and the thought of separation saddened me. Especially in the evening. I had the feeling that something was going to change and I couldn’t accept it. After supper I liked to sit and watch the moon appear over the sea, as if someone had set it there on purpose, at a spot where it appeared its loveliest. 
One morning the guy who managed the bar on the beach told us that he was planning a show that evening: music and tribal dancing with a group of kids who had recently arrived. Giulia promised that we would go and see it and stood up from the counter, shaking her thick hair with a toss of her head and distracting half the customers.
— We’ll really go. Right?
I nodded somewhat half-heartedly, just to make her happy. Meanwhile I twirled the spoon around the ice-cream dish, thinking that I would have liked to have captured her with a couple of pencil strokes, just like that, in the pose she had held a split second ago. But she had already moved. Straw hat on her head. She was calling me, laughing. At that moment I saw her as an extraordinarily intense image of youthfulness, or rather of the joy of being young. And of being beautiful. 
— You don’t want to go see the show, right?
She asked me as soon as we got home.
— No.
— Why not?
— I don’t know. No reason. I just don’t feel like it, that’s all. But if it will make you happy, we’ll go.
— Don’t be ridiculous, it doesn’t matter to me. It’s just that the guy at the stand is so cute. And besides it’s something new to do for a change.
She twirled a strand of hair as she spoke. She looked like a spoiled child. Her ingenuousness irritated me, the fact that she didn’t realize the effect she had on men.
— The bar keeper is an imbecile who tries to make it with all the girls. That’s how it is.
— Did he try it with you?
— No, he realized he wouldn’t have gotten anywhere.
— With me he’s nicer.
— With you he wants to go to bed.
— Look, he really doesn’t interest me.
— Ok, we’ll go.
— Really? What should we wear?
Giulia was skipping around happily.
— What do you think we should wear just to go around the corner and see a belly dance!
A balled-up sock hit me in the face.
— Silly, it’s not belly dancing, it’s tribal dancing. 
Throwing the sock back at her even harder, I replied that it was all the same thing.
— It’s not the same!
— Just what do you know about dance? You’re just an ugly gypsy. An ugly gypsy who’s fat besides. And you want to pick up that guy at the bar who’s short and hairy. 
— I’m not fat and you know it.
— You are so.
— No!
— Yes!
We tumbled onto the bed, laughing and tickling each other.
— You’re hurting me! Stop it.
— Admit you want to get laid by that bar guy.
— No!
— Go on, picture it. He’s so short, his thing must be enormous. Just think!
— No!
— Then admit that you’re a big fatty.
— Am I like the sculptures by Botero?
I stared into her eyes.
— More or less. Open your blouse.
Giulia stared at me with her liquid eyes. We were breathing heavily. 
— I don’t feel like being sketched right now.
Her voice made my spine tingle a little.
— Who says I want to sketch you? I want to see if you’re as fat as Botero’s sculptures. Come on, don’t be silly. I’m doing it for the guy at the bar.
Outside it was unbearably hot. We had just had lunch and Giulia’s parents were taking a nap. The bedroom was lit only by the faint glimmer that came through the slits of the closed shutters. In the dim light, I was afraid she might be able to imagine the thoughts that were going through my head. I wanted to see her naked. Now. I wanted to be touched, to feel the light pressure of her nipples against my breasts. My imagination did not dare go any further than that. And Giulia, what was she thinking? She lay beside me without speaking. I watched her breathing, her chest rising and falling, and I could not summon the courage to move a muscle.
Then an image of Giulia. Naked in the room's sticky semi-darkness. Hair falling over her eyes. My hands, hesitant at first, then ever more sure. Hot slick tongue sliding around, hair in front of her eyes. Fingers. An image of Giulia in my mind. She seemed to be asleep. Tongue. Fingers. She didn't want to talk. My hands. The thought that outside the sun was fiercely beating down on the brick pavement in front of the house. Underarms perspiring. Licking. I spread my legs. She seemed to be asleep. I arch my back. Thoughts scattered like clouds. Is this happening? I was visualizing it. I went on with it. Outside the cliffs were splitting apart. Opening up. Lips. Skin. Seen from above she appeared dead, so pale. Tongue. I want to cry out. Then I touch myself as I watch her and I go on. And on. She is sleeping on the pillow next to me with her hair spread out on the white cover. I close my eyes. I squeeze my legs together and the warmth seems to slip out and run down my skin to my feet.
I close my eyes. I feel tired. She is asleep in the dimly lighted room while outside insects are droning and the rocks, the sand, the cactus are broiling in the sun. They’d told me that the first summer storms would come at the end of the month and I pictured how the colors of the sky would change. I imagined crystalline waves pausing a moment in front of the shore before shattering into a thousand specks of white foam. The sound of thunder. Can it be painted? Maybe with dark clouds. Maybe with trees that are shaken and battered, their leaves torn away. Thickets of brambles gone wild.
If there is rain, Giulia and I will go out to the porch and get wet. We’ll run down the beach until our clothes are drenched. We’ll climb up the red cliffs and cut our hands clambering down to where the sea becomes a dark pool and the gelid mouth of the grotto opens up. If you shiver from the cold, I’ll take off your wet clothes. If you’re afraid, I can take pleasure in your body and then beat you and force you to touch me. If you’ll watch me. If you’ll watch the rain running down to where I’m thrashing wildly with desire as I come. She was sleeping next to me with her hair spread out on the pillow. I closed my eyes. I fell asleep. 


Giulia had put on make-up, something she hardly ever did, not even in the city. That night she was radiantly beautiful and I hated her. Looking at myself in the mirror I saw a tanned, toned body with large, lanky bones. Muscles barely accentuated, yet solid. I felt in perfect shape. Anxious for no particular reason. I was waiting for something to happen.
Walking to the beach I decided to pause a moment by myself.
— Go ahead, I’ll catch up with you.
When I’m about to leave a place, I like to take my time saying my goodbyes. The vacation was almost over. I had to be alone to hear the sound of the sea, and be sure that I would be able to hear it even from a distance: solemn, restrained, immense. I had to watch the moon, its beam of light rippling on the water, splitting it into two currents. I had to understand what was happening to me.
I lit a cigarette and sat down on the ground, hugging my knees to my chin. I looked up at the sky. I felt like crying. After a while I simply wanted to continue looking up. I slid my hand into the sand and held it tightly in my fingers. 
When I put out the cigarette, I set out slowly toward the stand. Music and the buzz of voices had begun to reach me from there. Giulia was sitting at the bar, a cocktail in her hand, three guys around her. What a dim-wit. She can’t take alcohol. I saw her laughing. Too loudly.
Meanwhile the tribal music show had begun. 
— I’ll have a Negroni. 
— Giulia is really hot tonight. 
— Giulia is already plastered, what did you give her? 
— A Long Island and a Tequila. Soon we’ll have her dancing on the tables. 
— You’re really a shit.
— Hey, what do you want from me?
— You’re a horny bastard just like those three. Giulia can’t take alcohol.
— Who are you, her mother?
— No, her grandmother. Jerk. She’s sixteen.
— Still. She seemed older.
— You’re a pig. Leave her alone.
— When you finish the Negroni come back and I’ll make you a Long Island. Then we’ll all take a little stroll together and have a smoke.
— Take your little stroll with those buddies of yours. I’m waiting for Giulia and then we’re leaving.
— Do what you like. You’re both sluts.
The tribal dancing and the alcohol had everybody jazzed up. The townspeople had arrived with enormous fiascoes of wine and offered glassfuls to the vacationers. The season was coming to an end. Three glasses had made my head spin. I roamed around among the tables with a fourth glass in hand. A snot-nosed fifteen year old was following me, trying to feel my ass. 
— What’s your name? Can we go somewhere, you and me? 
— Go on home to your mother!
Giulia’s make-up was already smeared. She was laughing. They handed her a glass and she drank. She didn’t notice that one of the three had his arm around her waist and was resting his hand on her breast. The other two were exchanging pointed glances. They too were drunk. 
At the beginning of the evening I had decided to ignore her to teach her a lesson. It was time she learned how things were in the world. Jealousy was making me bitter and I was trying to swallow it down along with the red wine. I was drunk but somehow I could still reason. I approached the group.
— Hi beautiful.
I didn’t answer and went straight to Giulia.
— Let’s go home. You’re drunk. Give me your hand.
— I want to introduce my friends.
— You can introduce them tomorrow. Now come with me.
— No, come on, let’s stay a while.
— Giulia, listen to me, let’s go home.
She didn’t answer. She let his hand slip under her cotton tank top. She let him squeeze her. Her eyes were blank, dazed by the alcohol. 
— Get your hands off her, you imbecile, don’t you see she can hardly stand up? 
— What the fuck do you care? Who the hell are you? 
— Let go of her.
— If I let go, she’ll fall, right Giulia?
— Ye-e-s.
— That’s exactly why I’m taking her home.
I was anxious and uneasy. I too could barely connect my words, my head was spinning and I felt like throwing up. 
One of the three came up to me, his breath right in my face.
— Let’s do this, you both come, we’ll smoke some good stuff in a nice quiet place, and then we’ll take you home. We’ll all have some fun together.
Giulia recovered a moment and squealed stupidly: — What do you say? Have some fun?
— You’re an idiot. Can’t you see yourself? You’re letting them treat you like a little whore.
Now she was looking at me livid with rage.
— You’re the one who doesn’t know how to have fun. Or is it just that you’re jealous? Say it! Say it! Right here, in front of everybody. Do you hear me? They have to hear you say it. Say it!
The three guys were laughing and trading wisecracks. In the distance I could hear the sea. I could smell the wind, heavy with salt. My temples were throbbing. Giulia was crying and repeating hysterically: — Say it!
— Giulia, listen to me. I’m sorry.
— I don’t want to listen to you. Go away.
— You’re drunk.
— Did you hear me? Go away!
So I turned and began running along the beach. I was breathing hard but I went on running until I fell face down in the sand. My foot was hurting. I stayed there, I don’t know how long, with my cheek against the sand, watching the sea sideways through only one eye.
Then I heard the sound of thunder in the distance.
It hasn’t rained for weeks at a time, months. The earth is full of cracks. It’s parched. During the day the wind stirs up spirals of yellow dust that lands on the dry thistles at the edge of the road, dust that ends up in your eyes, and on the windshields of the cars. What should have been a meadow is now a field of brushwood that scratches your ankles when you walk there. Paths strewn with scorching pebbles, ants, darting lizards. The implacable sun up above. Every day. Insects concealed among the branches, playing magical violins. 
I raise my head. Another thunderclap. I seem to sense something new in the air, a palpable excitement. A white vein opens up in the sky, a monstrous gash. A pause. Then thunder again. Closer. Still it doesn’t rain. The plants battered by the wind seem to unfold their leaves like a fan, extending their branches outward. Is it possible? The earth is waiting, parched with thirst. The sky is swollen. 
I too am waiting.
I’m waiting for the rain. Lying on the sand with a sore foot, my heart broken. I’ve lost Giulia. The lightning no longer frightens me. I think that I would like to be one of these shrubs. Rooted somewhere. Clinging to the cliff. Alive, in spite of everything. Despite wanting to die.
The last crash of thunder finally brings the rain. Big drops begin to fall, then gradually smaller drops coming down more heavily. I listen. In the distance, a sound that slowly grows louder. The sound of leaves, like subtle fingers. The drops stream over them like small cascades or rivulets over stones.
I feel like screaming. It’s not joy. It’s not even pain. I stretch out my arms and open my hands, like a plant. I raise my face. I remain that way, motionless, until my arms begin to hurt. I drop back down and begin to roll around on the wet sand. Then I stop. They’re hurting her. I left her alone, drunk and despondent. I ran away. I deserted her. And there were three of them.
I get to my feet then, staggering, and begin to run back towards the bar. It takes an immense effort, given my injured foot and the alcohol still circulating in my bloodstream. When I get there, they’ve all gone away. They ran off to take cover in the houses, leaving everything on the beach: tables, glasses, bottles. It’s a sorry spectacle. And Giulia is not there.
An unbearable feeling of anxiety rises in my chest. I feel like I’m losing my mind. I look for her yet I’m afraid to find her. I race back to the other side of the beach. Then towards the cliffs. Then again back to the beach and towards the town. I reach her house, the porch. I sit down and realize that I’m not even able to cry. I’m tired, wet, drunk. My hair is plastered to my face. I feel cold. My only hope is that nothing has happened. I just want to sleep. 
I am desperate and yet everything is just like it always is. Aside from the sound of water that seems to flow endlessly from every projection, into thousands of hidden cavities. The light in front of the house is lit, like it is every evening. Warm and inviting.
Unbearable.
I don’t know where else to look. Then I recall the image of Giulia as I used to see her from the top of the red cliffs. So pale as to appear dead. 

A lot of time has passed since that night in which perhaps I became an adult. The night in which Giulia lost her virginity with a local boy who found her drunk at the beach stand with those three half-wits. He rescued her and then married her a few years later. When I think back to those days, it’s the sea that I remember most of all. 
A sea that is always the same. That reflects the color of the sky. That never forgets.

*Valentina Reginelli lives and works in Rome. A humanities student at Rome’s University “La Sapienza”, her studies have centered on theater and drama, with a dissertation on the history of art criticism currently under review. She writes for the theater, and a theatrical piece she co-authored with two other writers was recently performed in Rome. Her publications include the story “Come il mare” (Like the Sea) in the anthology Gli Intemperanti published by Meridiano Zero in 2004. One of her cherished wishes is to visit New York, which her passion for film has led her to imagine as a fascinating city. 

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